9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
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9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
perchè non succeda più.... oggi ricorrono 45 anni da una tragedia che rimarrà nella storia come "cronaca di una tragedia annunciata". Una storia che i media tendono a dimenticare. Perchè?
Una rivisitazione tratta da Virgilio:
LA VALLE DEL VAJONT - Nasce in Friuli il torrente Vajont, nella valle a cui dà il nome attraversandola, correndo giù fino al Piave, in cui s’immette e muore. “Vajont” nel dialetto del luogo vuol dire “va giù”, corre, ripido e veloce, potente come tutti i torrenti di montagna. Nel suo corso saluta scivolando dalla montagna i paesi adagiati sulle sponde della valle, da Erto a Lavarone fino a Pirago e Casso.
Ma in questo racconto bisogna usare il tempo passato, perché quei paesi – e con loro i suoi abitanti – sono stati spazzati via dal “peggior disastro ambientale che nel mondo si sia mai verificato”, come dicono in un documento dell’Onu, provocato dalla speculazione industriale e dalla superficialità umana. Gli abitanti delle montagne sanno che fra uomo e natura vige un patto non scritto di reciproco rispetto quasi reverenziale. E conoscono il proprio territorio, sanno cosa è loro concesso e dove il limite imposto dalla natura non è valicabile. È forse per questa ragione che gli abitanti della valle del Vajont a quell’ambizioso progetto di diga non hanno mai dato fiducia: hanno lamentato, sin dai primi sopralluoghi, che la montagna non avrebbe retto, che si sarebbe ribellata all’invasione infrastrutturale dell’uomo, che troppo spesso considera la natura come un qualcosa da piegare al suo volere, in nome di esigenze di profitto e sfruttamento. Il “Toc”, il monte che sovrasta la vallata, un po’si ribella all’uomo in quell’autunno del ’63, un po’ cede come un gigante buono che non sopporta un peso eccessivo. Quello di una diga, “la più alta del mondo”, che doveva servire da riserva energetica per l’industria del Nord Est.
LA DIGA MALEDETTA – Il primo progetto che prevede la costruzione di una “diga del Vajont” in grado di creare un bacino di riserva acquifera per l’energia idroelettrica, e di rifornire la pesante industria del triveneto, risale al 1920. Non ha mai ottenuto un’approvazione dagli organismi decretati a giudicarne la fattibilità, proprio per la natura pericolosa del territorio, e per la struttura geologica della montagna. Troppo friabile lei, e troppo pesante il carico di acqua che sarebbe costretta a sopportare. Un lago artificiale che per sua stessa definizione la natura non prevede, e che la montagna non è pronta a ospitare come intruso prodotto umano. È il conte Volpi di Misurata, proprietario della Sade (Società Adriatica per l’Energia Elettrica) – uno dei maggiori monopoli di energia elettrica italiani prima della nazionalizzazione e dell’inglobamento da parte di Enel – a riprendere il mano il progetto originario, implementarne notevolmente le proporzioni, e riuscire a farlo approvare attraverso ingegnosi colpi di mano: lo sottopone al ministero dei Lavori pubblici una prima volta nel caos del post armistizio, nel settembre 1943, e una seconda nell’altrettanto caotico periodo che precede il voto dell'aprile 1948. Ottenuta una pallida approvazione, mette al lavoro i suoi uomini per la realizzazione della più grande diga del mondo. Intanto, i sopralluoghi su quello che viene considerato il luogo migliore per ospitarla sono cominciati già dal 1940, guidati da due uomini della Sade: il geologo Giorgio Dal Piaz e il progettista, Carlo Semenza. Nel 1949 partono i controlli geologici e, insieme a loro, le proteste della cittadinanza, che vede nel disturbo della montagna un pericolo troppo grande. Quando il progetto è terminato, e partono ufficiosamente i lavori senza tutte le carte in regola dell’autorizzazione formale, è il 1956, e la diga da realizzare ha raggiunto proporzioni mai viste: doppio arco e quasi 262 metri di altezza, con un invaso massimo previsto per il bacino di raccolta di 152 milioni di metri cubi d’acqua.
SEGNALI INEQUIVOCABILI – Quando si dice che quella del Vajont fu una tragedia annunciata, per una volta non si fa della retorica gratuita. Perché le prove tangibili, le opinioni, gli autorevoli pareri e i segnali che minacciavano il peggio c’erano, ed erano ben noti al gruppo di addetti ai lavori che stava dietro al progetto. Solo che nel calcolo dei rischi la vita di migliaia di persone deve essere parso un gioco che poteva valere la candela di un investimento altissimo e spericolato, con l’obiettivo dei finanziamenti statali da ottenere a ogni costo, in virtù di frettolosi collaudi. I lavori della diga sono appena iniziati, quando si producono alcune scosse sismiche che mettono in allerta gli esperti, mostrando il rischio di uno slittamento del terreno verso il bacino artificiale. La Sade corre ai ripari, e ordina una serie di accertamenti e studi dei possibili rischi agli organi di controllo interessati. Il progetto viene rimpastato un’altra volta, ma invece di ridimensionarlo parte la corsa al rialzo: dai nuovi disegni nasce una diga che è alta più del doppio dell’ipotesi precedente, con i suoi 265 metri, e un bacino dalla capacità di 168 milioni di metri cubi d’acqua.
I PRECEDENTI – Nel novembre del 1960 i lavori sono a buon punto, ma si è dovuti ricorrere a una serie di innesti di calcestruzzo nel terreno, che è troppo friabile e non sostiene il peso della costruzione. Tra difficoltà ed espedienti si procede al primo invaso, che il 4 novembre produce la prima, prevedibilissima frana. I contadini del luogo intanto formano un comitato e chiedono il parere di esperti e geologi, che confermano i loro allarmismi: ci lavorano su quella terra, ogni giorno da generazioni, e ne conoscono molto bene la consistenza. Tina Merlin, giornalista de “L’Unità”, segue le proteste dando loro voce, e per questo guadagna una querela da parte della Sade per turbamento dell’ordine pubblico. L’azienda intanto commissiona all’Istituto Idrico dell’Università di Padova un altro studio, che prevede la riproduzione in scala della diga e la simulazione di un eventuale disastro. I risultati, che danno esito negativo per la prosecuzione dei lavori, non saranno però resi noti né trasmessi al ministero dei Lavori pubblici. E ancora, se non bastasse: a Leonard Müller, geologo di Strasburgo, viene commissionata la stesura di un’altra relazione, che viene consegnata nel 1961: prevede esattamente la possibilità di una frana della portata di 200 milioni di metri cubi. Ma nella realtà andrà un po’ peggio di così. Manca ancora un tassello da tenere presente: la frana che colpisce il lago artificiale di Pontesei, nel medesimo territorio, il 22 marzo del 1959. Se unendo tutti i dati in possesso degli “esperti” i lavori andarono ugualmente avanti, sfidando le relazioni contrarie, i pareri scientifici e le proteste degli abitanti, è più che lecito parlare di “tragedia annunciata”, e anche di sottovalutazione palese di un rischio, costata la vita a un numero di vittime impressionante: nello spazio di un’ora il villaggio di Lavarone sarà completamente cancellato, e con esso la vita di quasi duemila persone. 1910, secondo i dati più attendibili. A cui, per la costruzione della diga maledetta, erano stati anche espropriati oltre 2mila ettari di terreno, abitazioni e attività commerciali comprese.
IL DISASTRO – Sono passate dal poco le 22 passate del 9 ottobre 1963 quando Giancarlo Rittmeyer, di guardia notturna al cantiere della diga, telefona allarmato all’ingegner Alberico Biadene, responsabile della sicurezza. “La montagna sta cedendo a vista d’occhio”, gli dice, ma nessuno oltre lui pare allarmarsene. E soprattutto, nessun provvedimento è stato preso in caso di pericolo per salvaguardare la gente che vive in prossimità della diga. Trentanove minuti dopo tutta la costa del monte Toc, larga quasi 3 chilometri comprensivi di campi, boschi, alberi e un intero villaggio crolla, affondando nel bacino artificiale sottostante. 260 milioni di metri cubi di montagna che si sgretolano, piombando nell’acqua e provocando un’ondata di diverse tonnellate, alta 200 metri, che per cominciare spazza via come in un soffio le frazioni che si trovano più in basso, lungo la riva del lago. Otto, per la precisione. La seconda ondata si riversa a valle scavalcando la diga, e investe il paese di Casso. Si infila nella gola stretta della valle del Vajont, che la nutre di nuova veloce energia, portando via con sé tutto quello che incontra. Lavarone e tutti i suoi abitanti.
S’infrange infine sulla montagna che ha di fronte, e torna indietro come rimbalzata in un riflusso più lento, che livella quel poco che è rimasto in piedi. Nel fango, sepolte dai detriti o portate via dall’acqua, restano 1910 persone. Dei paesi che ha inondato, non è rimasta in piedi neanche una casa.
L’ITER GIUDIZIARIO – Tre giorni dopo il disastro il ministero dei Lavori pubblici nomina una commissione d’inchiesta, che si insedia il 14 ottobre. Tre mesi dopo termina i suoi lavori, e il 20 febbraio 1968 si apre il processo contro i responsabili dell’azienda Seda per omicidio colposo plurimo aggravato, disastro colposo di frana e inondazione. E colpevoli, fra le altre cose, di non aver dichiarato lo stato d’allerta consentendo l’evacuazione della popolazione, che avrebbe salvato la vita a quasi duemila persone. La sentenza viene emessa appena pochi giorni prima della prescrizione, ma le condanne, tra assoluzioni e condoni, difficilmente supereranno la manciata di mesi. Con un risarcimento danni ai paesi colpiti che sarà ripartito fra l’Enel – che nel frattempo ha acquisito e inglobato la Seda – e lo Stato, per un totale di circa 22 miliardi di lire.
OGGI – Dalle macerie dei paesi distrutti ne sono nati di nuovi. Ogni anno una settimana di celebrazioni ricorda le vittime di una tragedia che a lungo è stata taciuta, e che sui media nazionali ha avuto il risalto di un disastro naturale, senza che nessuno, all’epoca, avesse il coraggio di indagarne le cause nascoste. Tranne Lina Merlin, che vinse la causa contro la Sade, ma la cui intervista ad opera di una tv francese non trovò spazio sui canali Rai. Oggi un film ricorda quei fatti, e la toccante rappresentazione teatrale di Marco Paolini. Dei pochi superstiti del disastro invece, in moltissimi hanno abbandonato la vallata verso Belluno. Al riparo dalla montagna, ma soprattutto dall’opera dell’uomo. Che volle sfidare la natura tentando di piegarla alla propria speculazione, facendone pagare l’altissimo prezzo a cittadini che non erano stati mai ascoltati.
Una rivisitazione tratta da Virgilio:
LA VALLE DEL VAJONT - Nasce in Friuli il torrente Vajont, nella valle a cui dà il nome attraversandola, correndo giù fino al Piave, in cui s’immette e muore. “Vajont” nel dialetto del luogo vuol dire “va giù”, corre, ripido e veloce, potente come tutti i torrenti di montagna. Nel suo corso saluta scivolando dalla montagna i paesi adagiati sulle sponde della valle, da Erto a Lavarone fino a Pirago e Casso.
Ma in questo racconto bisogna usare il tempo passato, perché quei paesi – e con loro i suoi abitanti – sono stati spazzati via dal “peggior disastro ambientale che nel mondo si sia mai verificato”, come dicono in un documento dell’Onu, provocato dalla speculazione industriale e dalla superficialità umana. Gli abitanti delle montagne sanno che fra uomo e natura vige un patto non scritto di reciproco rispetto quasi reverenziale. E conoscono il proprio territorio, sanno cosa è loro concesso e dove il limite imposto dalla natura non è valicabile. È forse per questa ragione che gli abitanti della valle del Vajont a quell’ambizioso progetto di diga non hanno mai dato fiducia: hanno lamentato, sin dai primi sopralluoghi, che la montagna non avrebbe retto, che si sarebbe ribellata all’invasione infrastrutturale dell’uomo, che troppo spesso considera la natura come un qualcosa da piegare al suo volere, in nome di esigenze di profitto e sfruttamento. Il “Toc”, il monte che sovrasta la vallata, un po’si ribella all’uomo in quell’autunno del ’63, un po’ cede come un gigante buono che non sopporta un peso eccessivo. Quello di una diga, “la più alta del mondo”, che doveva servire da riserva energetica per l’industria del Nord Est.
LA DIGA MALEDETTA – Il primo progetto che prevede la costruzione di una “diga del Vajont” in grado di creare un bacino di riserva acquifera per l’energia idroelettrica, e di rifornire la pesante industria del triveneto, risale al 1920. Non ha mai ottenuto un’approvazione dagli organismi decretati a giudicarne la fattibilità, proprio per la natura pericolosa del territorio, e per la struttura geologica della montagna. Troppo friabile lei, e troppo pesante il carico di acqua che sarebbe costretta a sopportare. Un lago artificiale che per sua stessa definizione la natura non prevede, e che la montagna non è pronta a ospitare come intruso prodotto umano. È il conte Volpi di Misurata, proprietario della Sade (Società Adriatica per l’Energia Elettrica) – uno dei maggiori monopoli di energia elettrica italiani prima della nazionalizzazione e dell’inglobamento da parte di Enel – a riprendere il mano il progetto originario, implementarne notevolmente le proporzioni, e riuscire a farlo approvare attraverso ingegnosi colpi di mano: lo sottopone al ministero dei Lavori pubblici una prima volta nel caos del post armistizio, nel settembre 1943, e una seconda nell’altrettanto caotico periodo che precede il voto dell'aprile 1948. Ottenuta una pallida approvazione, mette al lavoro i suoi uomini per la realizzazione della più grande diga del mondo. Intanto, i sopralluoghi su quello che viene considerato il luogo migliore per ospitarla sono cominciati già dal 1940, guidati da due uomini della Sade: il geologo Giorgio Dal Piaz e il progettista, Carlo Semenza. Nel 1949 partono i controlli geologici e, insieme a loro, le proteste della cittadinanza, che vede nel disturbo della montagna un pericolo troppo grande. Quando il progetto è terminato, e partono ufficiosamente i lavori senza tutte le carte in regola dell’autorizzazione formale, è il 1956, e la diga da realizzare ha raggiunto proporzioni mai viste: doppio arco e quasi 262 metri di altezza, con un invaso massimo previsto per il bacino di raccolta di 152 milioni di metri cubi d’acqua.
SEGNALI INEQUIVOCABILI – Quando si dice che quella del Vajont fu una tragedia annunciata, per una volta non si fa della retorica gratuita. Perché le prove tangibili, le opinioni, gli autorevoli pareri e i segnali che minacciavano il peggio c’erano, ed erano ben noti al gruppo di addetti ai lavori che stava dietro al progetto. Solo che nel calcolo dei rischi la vita di migliaia di persone deve essere parso un gioco che poteva valere la candela di un investimento altissimo e spericolato, con l’obiettivo dei finanziamenti statali da ottenere a ogni costo, in virtù di frettolosi collaudi. I lavori della diga sono appena iniziati, quando si producono alcune scosse sismiche che mettono in allerta gli esperti, mostrando il rischio di uno slittamento del terreno verso il bacino artificiale. La Sade corre ai ripari, e ordina una serie di accertamenti e studi dei possibili rischi agli organi di controllo interessati. Il progetto viene rimpastato un’altra volta, ma invece di ridimensionarlo parte la corsa al rialzo: dai nuovi disegni nasce una diga che è alta più del doppio dell’ipotesi precedente, con i suoi 265 metri, e un bacino dalla capacità di 168 milioni di metri cubi d’acqua.
I PRECEDENTI – Nel novembre del 1960 i lavori sono a buon punto, ma si è dovuti ricorrere a una serie di innesti di calcestruzzo nel terreno, che è troppo friabile e non sostiene il peso della costruzione. Tra difficoltà ed espedienti si procede al primo invaso, che il 4 novembre produce la prima, prevedibilissima frana. I contadini del luogo intanto formano un comitato e chiedono il parere di esperti e geologi, che confermano i loro allarmismi: ci lavorano su quella terra, ogni giorno da generazioni, e ne conoscono molto bene la consistenza. Tina Merlin, giornalista de “L’Unità”, segue le proteste dando loro voce, e per questo guadagna una querela da parte della Sade per turbamento dell’ordine pubblico. L’azienda intanto commissiona all’Istituto Idrico dell’Università di Padova un altro studio, che prevede la riproduzione in scala della diga e la simulazione di un eventuale disastro. I risultati, che danno esito negativo per la prosecuzione dei lavori, non saranno però resi noti né trasmessi al ministero dei Lavori pubblici. E ancora, se non bastasse: a Leonard Müller, geologo di Strasburgo, viene commissionata la stesura di un’altra relazione, che viene consegnata nel 1961: prevede esattamente la possibilità di una frana della portata di 200 milioni di metri cubi. Ma nella realtà andrà un po’ peggio di così. Manca ancora un tassello da tenere presente: la frana che colpisce il lago artificiale di Pontesei, nel medesimo territorio, il 22 marzo del 1959. Se unendo tutti i dati in possesso degli “esperti” i lavori andarono ugualmente avanti, sfidando le relazioni contrarie, i pareri scientifici e le proteste degli abitanti, è più che lecito parlare di “tragedia annunciata”, e anche di sottovalutazione palese di un rischio, costata la vita a un numero di vittime impressionante: nello spazio di un’ora il villaggio di Lavarone sarà completamente cancellato, e con esso la vita di quasi duemila persone. 1910, secondo i dati più attendibili. A cui, per la costruzione della diga maledetta, erano stati anche espropriati oltre 2mila ettari di terreno, abitazioni e attività commerciali comprese.
IL DISASTRO – Sono passate dal poco le 22 passate del 9 ottobre 1963 quando Giancarlo Rittmeyer, di guardia notturna al cantiere della diga, telefona allarmato all’ingegner Alberico Biadene, responsabile della sicurezza. “La montagna sta cedendo a vista d’occhio”, gli dice, ma nessuno oltre lui pare allarmarsene. E soprattutto, nessun provvedimento è stato preso in caso di pericolo per salvaguardare la gente che vive in prossimità della diga. Trentanove minuti dopo tutta la costa del monte Toc, larga quasi 3 chilometri comprensivi di campi, boschi, alberi e un intero villaggio crolla, affondando nel bacino artificiale sottostante. 260 milioni di metri cubi di montagna che si sgretolano, piombando nell’acqua e provocando un’ondata di diverse tonnellate, alta 200 metri, che per cominciare spazza via come in un soffio le frazioni che si trovano più in basso, lungo la riva del lago. Otto, per la precisione. La seconda ondata si riversa a valle scavalcando la diga, e investe il paese di Casso. Si infila nella gola stretta della valle del Vajont, che la nutre di nuova veloce energia, portando via con sé tutto quello che incontra. Lavarone e tutti i suoi abitanti.
S’infrange infine sulla montagna che ha di fronte, e torna indietro come rimbalzata in un riflusso più lento, che livella quel poco che è rimasto in piedi. Nel fango, sepolte dai detriti o portate via dall’acqua, restano 1910 persone. Dei paesi che ha inondato, non è rimasta in piedi neanche una casa.
L’ITER GIUDIZIARIO – Tre giorni dopo il disastro il ministero dei Lavori pubblici nomina una commissione d’inchiesta, che si insedia il 14 ottobre. Tre mesi dopo termina i suoi lavori, e il 20 febbraio 1968 si apre il processo contro i responsabili dell’azienda Seda per omicidio colposo plurimo aggravato, disastro colposo di frana e inondazione. E colpevoli, fra le altre cose, di non aver dichiarato lo stato d’allerta consentendo l’evacuazione della popolazione, che avrebbe salvato la vita a quasi duemila persone. La sentenza viene emessa appena pochi giorni prima della prescrizione, ma le condanne, tra assoluzioni e condoni, difficilmente supereranno la manciata di mesi. Con un risarcimento danni ai paesi colpiti che sarà ripartito fra l’Enel – che nel frattempo ha acquisito e inglobato la Seda – e lo Stato, per un totale di circa 22 miliardi di lire.
OGGI – Dalle macerie dei paesi distrutti ne sono nati di nuovi. Ogni anno una settimana di celebrazioni ricorda le vittime di una tragedia che a lungo è stata taciuta, e che sui media nazionali ha avuto il risalto di un disastro naturale, senza che nessuno, all’epoca, avesse il coraggio di indagarne le cause nascoste. Tranne Lina Merlin, che vinse la causa contro la Sade, ma la cui intervista ad opera di una tv francese non trovò spazio sui canali Rai. Oggi un film ricorda quei fatti, e la toccante rappresentazione teatrale di Marco Paolini. Dei pochi superstiti del disastro invece, in moltissimi hanno abbandonato la vallata verso Belluno. Al riparo dalla montagna, ma soprattutto dall’opera dell’uomo. Che volle sfidare la natura tentando di piegarla alla propria speculazione, facendone pagare l’altissimo prezzo a cittadini che non erano stati mai ascoltati.

Vorrei che il mio viaggio di gran vagabondo finisse con te (F.Simone) 
26/06/2010 Kg 115,0 - inizio dieta
23/09/2010 Kg 102,9 - raggiunto 1° obiettivo - BMI obesità di 2° grado
17/01/2011 Kg 97,3 - raggiunto 2° obiettivo - metà del peso finale da perdere
prossimo obiettivo: i miei primi 20 kg in meno... devo arrivare a kg 95

ninfa- Admin

-

Numero di messaggi: 9507
17.09.67
Età: 44
Località: Sesto Calende (VA)
Occupazione/Hobby: impiegata/punto croce, volontariato, viaggi
"Chi sei" in poche parole: sereno variabile
Data d'iscrizione: 07.01.08
Re: 9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
E' bella, drammatica e sentita la ricostruzione che ne ha fatto a Marco Paolini con un suo ( ormai datato ) monologo.
A chi piace questa forma di rappresentazione yeatrale lo consiglio vivamente: tra l'altro ne fa una precisa ricostruzione e quindi serve anche da memoria storica.
A chi piace questa forma di rappresentazione yeatrale lo consiglio vivamente: tra l'altro ne fa una precisa ricostruzione e quindi serve anche da memoria storica.

Inti- Maturo/Matura

-

Numero di messaggi: 242
Località: massarosa
Occupazione/Hobby: impiegata/trekking
"Chi sei" in poche parole: Cavillosa
Data d'iscrizione: 21.09.08
Re: 9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
io ho visto il film e anche quello e' proprio da memoria storica pure mio figlio lo ha visto !!!

cati94- Maturo/Matura

-

Numero di messaggi: 305
Località: lucca
Occupazione/Hobby: operaia part-time e mamma a tempo pieno
"Chi sei" in poche parole: tranquilla ... solo in apparenza
Data d'iscrizione: 01.06.08
Re: 9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
io ci sono stata sulla diga...a visitare i posti devastati dalla tragedia....ed è una cosa toccante...molto toccante
sembra di rivivere il dolore di quella gente...è tutto così vicino, presente...è davvero una sensazione molto molto forte!
sembra di rivivere il dolore di quella gente...è tutto così vicino, presente...è davvero una sensazione molto molto forte!

Mimosa- Nonna Belarda/Nonno Geppo

-

Numero di messaggi: 1863
07.11.77
Età: 34
Località: Bassano del grappa ma NAPOLETANA
Occupazione/Hobby: mamma
"Chi sei" in poche parole: la mia vita: MARTINA
Data d'iscrizione: 07.01.08
Re: 9 ottobre 1963 tragedia del Vajont....
cati94 ha scritto:io ho visto il film e anche quello e' proprio da memoria storica !!!
.anch'io ho visto il film....toccante... km tutto ciò che riguarda questa triste storia

fatina- Nonna Belarda/Nonno Geppo

-

Numero di messaggi: 1971
02.11.78
Età: 33
Località: como
Occupazione/Hobby: impiegata/imparare dalla vita
"Chi sei" in poche parole: istintiva e trasparente. onesta e fedele
Data d'iscrizione: 25.08.08
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